anteprime, video, fotografie inedite, articoli stampa, pressbooks e altro sui film per il cinema e la tv
maurizio zaccaro - archive
Giro così, sempre con la macchina a mano, per sentirmi libero e soprattutto autentico, ma anche per dare ai miei attori la stessa libertà d’espressione e di movimento. Senza questa libertà e autenticità tutto resta superficiale, poco credibile e l’attore stesso rischia di diventare solo un’ombra o il "riflesso" di quello che dovrebbe essere. E' come se invece di vedere le cose nella loro realtà, vedessimo i loro riflessi in uno specchio. Nelle riprese di un film dobbiamo, con semplicità formale e linguistica, esaltare la profondità dei contenuti e impegnare tutte le nostre energie per attingere alla "cosa vera" e non a una sua forma illusoria.
Nello scrivere, preparare e girare un film ho un’unica certezza: ogni decisione presa non potrà mai piacere a tutti. Ed è una certezza che mi rende leggero e libero come la piuma di Forrest Gump. Quello che conta, a quel punto, è solo la qualità del mio lavoro.
La rete della pace, PeaceReporter quotidiano online e agenzia di servizi editoriali, storie, dossier, interviste, reportage dal mondo, schede conflitti.
Official Web Site della Sea Shepherd Conservation Society (SSCS), fondata nel 1977 dal Capitano Paul Watson, cofondatore di Greenpeace. La missione della Sea Shepherd è quella di porre fine alla distruzione degli habitat e allo sfruttamento della fauna e flora marina negli oceani del mondo con l'intento di conservare e proteggere gli ecosistemi e gli animali.
Official Web Site dell'Istituto del Mondo Arabo, a Parigi. Aperto al pubblico dal dicembre 1987, con l'intenzione di migliorare le relazioni diplomatiche tra la Francia e i Paesi arabi.
Audiodoc è la prima associazione italiana di autori e autrici indipendenti di audio documentari nata nell’ottobre 2006 con l’obiettivo di promuovere anche in Italia la produzione, la diffusione e la sperimentazione del documentario sonoro.
Fondata alla fine degli anni ’70 da Sandro Ferri e Sandra Ozzola, la casa editrice edizioni e/o ha sin dal principio manifestato la volontà di creare ponti e aperture nelle frontiere letterarie per stimolare il dialogo tra le diverse culture.
Web Site fatto di amanti del cinema che non si rassegnano a vedere i pochi film che escono in sala e a tarda notte in televisione. Un catalogo di film on line inediti in Italia, facilmente accessibile da tutti e fruibile a costi ragionevoli, cercando di uscire dalle logiche della normale distribuzione.
Official Web Site di Jonas Mekas (1922), filmmaker di origine Lituana, poeta, scrittore, fondatore degli Anthology Film Archives e della rivista Film Culture, critico per il Village Voice.
Blog dell'attore tedesco Johannes Brandrup sulla lavorazione del film "Lo Smemorato di Collegno" diretto da Maurizio Zaccaro per Casanova Entertainment e RaiFiction
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Il Parlamento, con molti anni di ritardo e sull'onda em otiva legata alla drammatica vicenda di Eluana Englaro, si prepara a discutere e votare una legge sul testamento biologico.
Dopo quasi 15 anni di discussioni, chiediamo che il Parlamento approvi questo importantissimo provvedimento che riguarda la vita di ciascun cittadino. Il Parlamento, dove siedono i rappresentanti del popolo, deve infatti tenere conto dell'orientamento generale degli italiani.
Rivendichiamo l'indipendenza dei cittadini nella scelta delle terapie, come scritto nella Costituzione.
Rivendichiamo tale diritto per tutte le persone, per coloro che possono parlare e decidere, e anche per chi ha perso l'integrità intellettiva e non può più comunicare, ma ha lasciato precise indicazioni sulle proprie volontà.
Chiediamo che la legge sul testamento biologico rispetti il diritto di ogni persona a poter scegliere.
Chiediamo una legge che dia a chi lo vuole, e solo a chi lo vuole, la possibilità di indicare, quando si è pienamente consapevoli e informati, le terapie alle quali si vuole essere sottoposti, così come quelle che si intendono rifiutare, se un giorno si perderà la coscienza e con essa la possibilità di esprimersi.
Chiediamo una legge che anche nel nostro Paese dia le giuste regole in questa materia, ma rifiutiamo che una qualunque terapia o trattamento medico siano imposti dallo Stato contro la volontà espressa del cittadino.
Vogliamo una legge che confermi il diritto alla salute ma non il dovere alle terapie.
Vogliamo una legge di libertà, che confermi ciò che è indicato nella Costituzione.
Primi Firmatari
Ignazio Marino, chirurgo e senatore Giuliano Amato, ex Presidente del Consiglio Corrado Augias, scrittore Bianca Berlinguer, giornalista Alessandro Cecchi Paone, conduttore televisivo Maurizio Costanzo, giornalista Guglielmo Epifani, Segretario Generale CGIL Paolo Franchi, giornalista Silvio Garattini, scienziato, farmacologo Massimo Giannini, giornalista Franzo Grande Stevens, avvocato Marcello Lippi, Commissario tecnico della Nazionale italiana Luciana Littizzetto, attrice e cabarettista Alessandra Kustermann, medico, ginecologa Miriam Mafai, giornalista e scrittrice Vito Mancuso, teologo Erminia Manfredi, regista Simona Marchini, attrice e autrice Rita Levi Montalcini, premio Nobel Giuseppe Remuzzi, scienziato, immunologo Stefano Rodotà, giurista Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano La Repubblica Umberto Veronesi, oncologo Mina Welby, delegato municipale ai diritti civili Gustavo Zagrebelsky, Presidente emerito della Corte Costituzionale
"Chi imitiamo esattamente? Imitiamo le persone che stimiamo e rispettiamo, mentre contro-imitiamo le persone che disprezziamo, cioè cerchiamo di fare il contrario di ciò che fanno loro e sviluppiamo opinioni opposte. Quindi il nostro comportamento è sempre un'imitazione, perché è sempre in funzione dell'altro, nel bene come nel male. I tipicimodelliche si presentano nella vita di un uomo sono per esempio i genitori, il miglior amico, il leader del gruppo, la persona amata, un politico, un cantante, una guida spirituale o anche la massa in generale..." René Girard
“La crisi attuale? Non è l’ultima, ma si aggraverà ancora. E dimostra che i moderni non sono padroni del progresso, ma ne sono schiavi e ne ignorano la forza di distruzione”
Il libro:
Partendo dalle macerie di Ground Zero e dalle sue implicazioni culturali, politiche e sociali, René Girard, uno dei più influenti pensatori oggi viventi, analizza gli eventi attuali e i fatti del nostro tempo - il fondamentalismo religioso, il cosiddetto scontro di civiltà, la minaccia nucleare, la crisi ecologica - come segni evidenti di un'imminente apocalisse, o meglio, della circostanza immanente che stiamo vivendo in tempi apocalittici. Per Girard l'unico modo di leggere, interpretare e capire a fondo questi segni è tornare all'origine della loro evoluzione storica: il nucleo anti-sacrificale del cristianesimo che ha prodotto la modernità e liberato la capacità autodistruttiva dell'uomo. In una prospettiva più filosofica, l'epistemologo francese Jean-Pierre Dupuy, analizza ulteriormente questi temi proponendo una metafisica alternativa in cui la nostra volontà si combina con una versione particolarmente severa del futuro della realtà, proponendo "una forma illuminata di catastrofismo", una "profezia secolare", attraverso la quale possiamo davvero prevenire l'apocalisse solo osservando il nostro tempo con gli occhi di un futuro prevedibile in cui l'apocalisse è già "realmente" accaduta. Due riflessioni esemplari, speculari l'una all'altra e dalle implicazioni sorprendenti, su uno dei momenti più incerti della storia dell'uomo.
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René Girard (Avignone , 25 dicembre 1923) ) è un critico letterario e antropologo francese.
Un processo contro la fotografa e documentarista uzbeka Umida Akhmedova è un’assurda e flagrante violazione della libertà di espressione che è tanto più inquietante per aver dato inizio ad una diffusa campagna di isteria nazionalistica e conservatrice.
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Il 23 gennaio la Akhmedova è stata ufficialmente informata che l’istruttoria del suo caso era chiusa. Due mesi dopo essere stata convocata per la prima volta presso la polizia di Tashkent, l’artista avrebbe dovuto presto vedere l’apertura del suo processo. Doveva rispondere di “calunnia” (art. 139 del codice penale) e di “insulti” al popolo uzbeko (art. 140), passibili di una pena massima di tre anni di prigione, a causa delle sue opere illustranti la condizione delle donne e di povertà in Uzbekistan. Particolarmente incriminati sono il film “Il peso della verginità” e l’album fotografico intitolato “Uomini e donne: dall’alba al tramonto”. Quest’ultimo, realizzato nel 2007 grazie al sostegno del Programma per l’uguaglianza dei sessi dell’ambasciata svizzera, contiene 110 ritratti e scene della vita quotidiana ( vedere il portfolio – su ferghana.ru )
Il giornalista indipendente Aleksei Volosevitch sottolinea in un recente articolo che “è la prima volta che in Uzbekistan ci si appresta a processare una documentarista per i suoi film e le sue fotografie, che tra l’altro riguardano non tanto temi politici, ma socio-economici”.
Con la prosa tipica dell’era sovietica, un gruppo di “esperti” ha comunicato, il 13 gennaio, il risultato dell’analisi pretenziosamente definita “scientifica” delle fotografie di Umida Akhmedova. Questo documento, accluso al dossier, accusa l’artista di presentare un’immagine deliberatamente falsa dell’Uzbechistan sottolineandone gli aspetti negativi. Si resta allibiti di fronte alla ridicolaggine e alla malafede degli argomenti sostenuti: il “90% delle immagini sono state prese in villaggi uzbechi isolati e sottosviluppati (…) Perché non fa vedere immagini di bei posti, edifici moderni o di villaggi benestanti?” La Akhmedova viene in seguito accusata alla rinfusa di “sforzarsi di presentare le donne uzbeche come vittime”, di “dare l’impressione che l’Uzbekistan non si preoccupa che delle faccende di casa” o ancora di “descrivere gli Uzbeki come dei barbari”.
Ieri sera, sul primo canale della televisione pubblica, la persecuzione della fotografa è ricominciata. Dopo aver fatto vedere alcuni frammenti del suo film “Il peso della verginità”, gli invitati del talk-show “Attualità” si sono succeduti per denigrare il lavoro dell’ Akhmedova e reclamare la condanna più severa verso la documentarista, colpevole ai loro occhi di aver “offeso le tradizioni e i sentimenti nazionali del popolo uzbeko”. Citando spesso il presidente Islam Karimov, i partecipanti hanno inserito il lavoro della fotografa in un ambito di “guerra di informazione rivolta ultimamente contro il paese”.
Dall’indipendenza del paese avvenuta nel 1991, la retorica nazionalista, che glorifica un’identità e delle tradizioni mitizzate, ha preso il testimone dei discorsi comunisti per legittimare il potere autocratico di Islam Karimov. Non tollerando alcun riferimento ai problemi sociali del paese, il regime sembra servirsi di Umida Akhmedova come occasione per instillare la paranoia e forse per accattivarsi una frangia conservatrice e religiosa della popolazione che è a sua volta oppressa. Ma descrivendo la fotografa come un agente di destabilizzazione al soldo degli stranieri, le autorità riconoscono implicitamente che un vero dibattito della società è impensabile in Uzbekistan.
Tuttavia l’esasperazione della società civile di fronte ai ripetuti attacchi alla libertà ha cominciato a manifestarsi in modo insolito per un paese con un simile regime di polizia (vedere il report di RFE/RLreport sulle reazione per l’arresto del giornalista Khayrullo Khamidov). Nel caso di Umida Akhmedova, una vasta campagna di supporto è stata lanciata e ha velocemente superato i confini del paese. Un comitato di sostegno si è costituito e ha lanciato una petizione, diffusa dall’agenzia di stampaferghana.ru, Radio Free Europe e da numerose ONG internazionali. L’Associazione Internazionale dei Critici d’Arte ha fatto appello alle autorità uzbeche affinchè rilascino Umida Akhmedova mentre i critici dell’Uzbekistan e del Kazakistan hanno addirittura prodotto un rapporto alternativo e corrosivo sulla “expertise” ufficiale dell’opera dell’artista, contestandone le conclusioni e invitando ironicamente a portare in giudizio gli attori per “scarsa professionalità, incompetenza (…) e ignoranza, tendenti a screditare la giustizia uzbeca”.
In una nuova offensiva rivolta ad accattivarsi la simpatia internazionale, Islam Karimov ha recentemente dichiarato di essere determinato a favorire la democratizzazione del paese, arrivando fino a criticare un Parlamento “agli ordini” e una stampa “inoffensiva”. Ora dovrebbe passare ai fatti.
A Gaza anche i cartoni animati diventano un’arma. Politica, con la televisione di Hamas che fa il verso ai poliziotti dell’Anp, o umanitaria, per mostrare al mondo le conseguenze dell’embargo israeliano sulla salute di un milione e mezzo di persone. Bahlul in arabo significa «buffone» ed è il nome del protagonista di una serie di cartoon che verrà trasmessa da Al Aqsa, la televisione di Hamas, il movimento islamico che dal 2007 controlla la Striscia di Gaza. Bahlul appartiene alle forze di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), controllate da Abu Mazen e viene ritratto mentre lucida e bacia le scarpe a un soldato israeliano. Un messaggio fin troppo esplicito del canale di Hamas contro Anp e Fatah, il partito rivale che governa in Cisgiordania. Il cartone è già stato trasmesso in prova all’inizio del mese e, secondo i gestori della tv, avrebbe riscosso un 'grande successo». Nelle prime puntate Bahlul dichiara a un soldato israeliano: «Il mio compito è proteggere gli insediamenti in Cisgiordania», assicurandogli di essere disposto ad arrestare i propri parenti, sparare al fratello e divorziare dalla moglie se soltanto glielo ordinasse. Ma le coltellate politiche vanno ben oltre, fino al punto in cui si vede Bahlul che osserva un israeliano massacrare un gruppo di bambini in Cisgiordania e bere il loro sangue. «Tu hai ucciso i nostri bambini davanti ai miei occhi - dice il palestinese - e io ti risponderò con ancora più pace». Fatenah, invece, è la protagonista dell’omonimo film d’animazione, il primo di produzione palestinese, sponsorizzato dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nei giorni scorsi presentato per la prima volta, dopo in Cisgiordania, anche a Gaza. Fatenah è un nome di fantasia, ma è ispirato alla storia vera di una ventisettenne di Gaza, che vive e sogna il suo futuro, come tutte le giovani donne dentro e fuori la Striscia. Un giorno toccandosi il seno avverte la presenza di un nodulo sospetto. E da lì inizia il suo calvario. Ci vorranno sei mesi prima che il tumore le venga diagnosticato e possa avvicinarsi al valico israeliano di Eretz. Sei mesi in cui si scontrerà con il conservatorismo dei medici palestinesi, con la burocrazia per poter uscire e con le umiliazioni dei soldati israeliani, che la costringeranno anche a spogliarsi. Finché sarà troppo tardi e Fatenah morirà proprio prima di attraversare quel cancello che separa Gaza dal mondo. A un anno dalla fine dell’offensiva militare israeliana «Piombo fuso», le agenzie delle Nazioni Unite e l’Associazione internazionale per le agenzie di sviluppo (Aida), hanno evidenziato l’impatto dell’isolamento di Gaza dal punto di vista sanitario, chiedendo l’apertura dei valichi. «La chiusura continua sta minando il funzionamento del sistema sanitario e mettendo a rischio la salute di 1,4 milioni di persone - ha dichiarato Gaylard, il coordinatore Onu. Come Fatenah, 27 persone solo nel 2009, sono morte nell’attesa di uscire da Gaza per potersi curare.
Siamo lieti di segnalarvi il concerto che il M°Franco Piersanti dirigerà sabato 20 febbraio alle 17.30, all'interno della stagione dell'Istituzione Universitaria dei Concerti presso l'Aula Magna della Sapienza, con in programma le sue musiche per i film di Gianni Amelio, Marco Tullio Giordana, Daniele Luchetti, Pascal Morelli, Nanni Moretti, Alberto Sironi e Maurizio Zaccaro, insieme alla nuova composizione Requiem marino in prima esecuzione assoluta, dedicata a tutti i migranti che hanno trovato la morte in mare.
Governo pronto a fare marcia indietro su alcune norme del decreto Romani, che vuole regolamentare l'utilizzo di materiale audiovisivo anche sul Web. Un sospiro di sollievo per le Web TV?
Continua l'iter del decreto Romani. Il Governo si è dichiarato pronto a fare marcia indietro su alcune norme, ma le note dolenti restano Web TV e Live streaming, allineati dal decreto ai comuni servizi televisivi e quindi soggetti a rigide regolamentazioni e pesanti multe. Se da un lato le modifiche coinvolgono il mezzo audiovisivo in sé, poco cambia per l'utilizzo dei video Web. Per Romani, non si tratterebbe affatto di censurare Internet ma sarebbe la direttiva UE a stabilire che Web TV e Live streaming siano da considerare al pari dei servizi TV classici. Molto negativo invece il parere del presidente dell'AgCom, Corrado Calabrò: il decreto sarebbe infatti un filtro generalizzato su Internet che però si rivela da una parte restrittivo - come nessun Paese occidentale ha mai accettato di fare - e dall'altra inefficace, perché si tratta di un filtro burocratico a priori.
Non è dunque possibile sapere se un sito delinquerà o meno, come non si tiene in considerazione il fatto che «i siti Internet sono come la testa dell'Idra, ne chiude uno e se ne apre un altro». Nonostante le critiche giunte da numerosi versanti in merito alle regole troppo rigide, il decreto prosegue il suo iter: oggi le commissioni coinvolte della Camera dovrebbero votare il parere obbligatorio (ma non vincolante) sul testo presentato, mentre domani toccherà al Senato.
Governo pronto a fare marcia indietro su alcune norme del decreto Romani, che vuole regolamentare l'utilizzo di materiale audiovisivo anche sul Web. Un sospiro di sollievo per le Web TV?
Continua l'iter del decreto Romani. Il Governo si è dichiarato pronto a fare marcia indietro su alcune norme, ma le note dolenti restano Web TV e Live streaming, allineati dal decreto ai comuni servizi televisivi e quindi soggetti a rigide regolamentazioni e pesanti multe. Se da un lato le modifiche coinvolgono il mezzo audiovisivo in sé, poco cambia per l'utilizzo dei video Web. Per Romani, non si tratterebbe affatto di censurare Internet ma sarebbe la direttiva UE a stabilire che Web TV e Live streaming siano da considerare al pari dei servizi TV classici. Molto negativo invece il parere del presidente dell'AgCom, Corrado Calabrò: il decreto sarebbe infatti un filtro generalizzato su Internet che però si rivela da una parte restrittivo - come nessun Paese occidentale ha mai accettato di fare - e dall'altra inefficace, perché si tratta di un filtro burocratico a priori.
Non è dunque possibile sapere se un sito delinquerà o meno, come non si tiene in considerazione il fatto che «i siti Internet sono come la testa dell'Idra, ne chiude uno e se ne apre un altro». Nonostante le critiche giunte da numerosi versanti in merito alle regole troppo rigide, il decreto prosegue il suo iter: oggi le commissioni coinvolte della Camera dovrebbero votare il parere obbligatorio (ma non vincolante) sul testo presentato, mentre domani toccherà al Senato.
Un tuffo nel passato per rinconquistare i fans. Credo sia possibile raccogliere in questo elementare concetto il pensiero di Chris Carrabba e dei suoi Dashboard Confessional. La mitica band inglese guidata dal cantautore di Boca Ranton (Florida, U.S.A.)arriva in Italia per la presentazione del nuovo album ‘After the Ending’ . L’unico spettacolo italiano, assolutamente da non perdere, si tiene il 3 Febbraio 2010presso la Salumeria della Musica di Milano; l’evento, intitolato ‘An Evening with Dashboard Confessional’ da già l’idea di come sarà lo spettacolo: uno showacustico-emozionale. Sonorità che da sempre contraddistinguono le origini del suono targato Dashboard Confessional. Questo “After the Ending” è decisamente un disco con una rara quanto magnificasolidità di accordi e melodie. Chris Carrabba, con la sua maestria alla chitarra acustica, è tornato a colpire nel segno facendoci, e questa è una bella sorpresa, ripiombare in uno stato di assoluto abbandono, cullati da armonie di primordiale purezza: i Dashboard Confessionalsono finalmente tornati ad essere una formazione d’assoluto carisma e originalità.
La Salumeria della Musica - Via Antonio Pasinetti 2 Milano (MI)
Questa settimana sono previsti vari processi a militanti democratici, e la comunità occidentale denuncia il giro di vite politico del regime comunista vietnamita. Sul banco degli imputati si troveranno l'informatico-blogger Nguyen Tien Trung e l'avvocato Le Cong Dinh, noto per la sua difesa dei militanti dei diritti dell'uomo, e due altri militanti, Le Thang Long e Tran Huynh Duy Thuc. Per tutti l'accusa è di "tentativo di sovversione del regime" -reato passibile della pena di morte- e di legami con un'organizzazione illegale, il Partito democratico del Vietnam.
Un altro attivista, Tran Anh Kim, arrestato nello stesso periodo, è già stato condannato a cinque anni e mezzo di prigione.
Nguyen Tien Trung con il padre
Reporters sans frontières è profondamente preoccupata per il blogger di educazione francese ed attivista democratico Nguyen Tien Trung, che ora rischia la pena di morte in base all’articolo 89 del codice penale dopo che gli essere stato accusato di “tentativo di rovesciamento del governo del popolo”. Arrestato più di cinque mesi fa, sarà processato solo alla fine di questo mese.
“Chiediamo il rilascio immediato ed incondizionato di Nguyen Tien Trung poiché le accuse contro di lui sono totalmente inventate” ha dichiarato Reporters sans frontières. “Trung è un pacifista che non ha mai messo in pericolo lo stato vietnamita. Ha soltanto esercitato il diritto alla libera espressione, un diritto che ha imparato ad esercitare in Francia. L’organizzazione per la libertà di stampa ha aggiunto: “Trung è un capro espiatorio. Le autorità vogliono farne un esempio per intimidire gli altri studenti che vogliono combattere per una maggiore libertà, una volta ritornati in patria dopo gli studi all’estero.”
La famiglia di Trung ha riferito a Reporters sans frontières che il padre ha potuto fargli visita il 10 dicembre per la seconda volta dall’arresto. Le autorità, stando a quel che si dice, dovrebbero d’ora in poi permettere alla sua famiglia di fargli visita una volta al mese. Trung apparentemente è in buone condizioni fisiche e psichiche e ha fatto del suo meglio per rassicurare il padre. Gli ha chiesto di fargli avere dei libri, soprattutto libri di economia e di francese. Le autorità stanno valutando le richieste.
Ex studente dell’INSA, National Institute for Applied Sciences nella città francese settentrionale di Rennes, dove ha ottenuto un master in scienze informatiche, Trung è stato arrestato presso l’abitazione dei suoi genitori ad Ho Chi Minh City il 7 luglio con l’accusa di propaganda contro lo stato, in base all’articolo 88 del codice penale. Una stazione televisiva del governo ha trasmesso una sequenza filmata in cui egli rende una confessione.
Pare che sia stato arrestato per le opinioni a favore della democrazia, postate on line e soprattutto per una lettera aperta al governo per la sua politica sull’educazione.
Il sito web del comitato di supporto a Trung ha postato l’opinione di Philippe Echart, uno degli insegnanti di Trung all’INSA: “ E’ strano per un’insegnante prendere atto che uno dei suoi studenti, con cui ha avuto qualche discussione e a cui sicuramente ha prestato particolare attenzione in quanto straniero, è ora in prigione dall’altra parte del mondo, nel suo paese, a causa di accuse gravissime. E poi perché in prigione? Per essersi espresso liberamente. Per aver criticato il sistema universitario in Vietnam. Per aver fatto appello, come numerosi altri intellettuali del suo paese, per una maggiore libertà, per più democrazia.”
Il comitato fa appello alla mobilitazione: “Il peggio che possa arrivare a Trung è che lo si possa a poco a poco dimenticare.” Gli amici e i conoscenti hanno rilanciato le azioni per ottenere la sua liberazione. Firmate la petizione sul sito freetrung.tk.
LOTTE VERBEEK (Le ragazze dello swing) tra le Shooting Stars 2010 per promuovere il cinema europeo
European Film Promotion(EFP) ha annunciato le dieci Shooting Stars del 2010, che saranno presentate nel corso dell’annuale incontro con i giovani talenti della recitazione alFestival di Berlino (11-21 febbraio 2010). C'è ancheMichele Riondino (foto).
Gli attori selezionati sono Lotte Verbeek (Paesi Bassi), Zrinka Cvitešić (Croazia),Kryštof Hádek (Repubblica Ceca), Pihla Viitala (Finlandia), Robert Sheehan (Irlanda), , Anders Baasmo Christiansen (Norvegia), Agata Buzek (Polonia), Dragos Bucur(Romania), e Edward Hogg (Regno Unito) e Michele Riondino (Italia)
La giuria di quest’anno era composta dal produttore tedesco Karl Baumgartner, dal direttore casting inglese Leo Davis, dall’editore americano Steven Gaydos, dall’attrice ceca Ana Geislerová e dal regista italiano Giuseppe Piccioni. Ogni attore nominato è stato scelto in base alla qualità delle sue performance in lungometraggi cinematografici. Il gruppo di giovani attori da tutta Europa è stato selezionato su una lista di 21 candidati, identificati dai membri pan-europei dell’EFP.
Shooting Stars è supportato dal Programma MEDIA dell’Unione Europea.
LOTTE VERBEEK
(LE RAGAZZE DELLO SWING)
trailer NOTHING PERSONAL di Urszula Antoniak, con Lotte Verbeek e Stephen Rea.
Miglior film e miglior attrice protagonista (Lotte Verbeek) alla
63' edizione del Festival internazionale del film di Locarno
PARK CITY (USA), 31 GEN - 'Restrepo', documentario sull'Afghanistan, e 'Winter's bone' hanno vinto il Gran Premio della giuria del Sundance Film Festival. 'Restrepo', realizzato da due giornalisti di guerra, e' un violento tuffo nell'inferno della guerra, vissuta insieme a un plotone di 15 soldati americani in Afghanistan. 'Winter's bone', di Debra Granik, e' il ritratto di una ragazza che attraversa le montagne di Ozark, nel cuore degli Stati Uniti, per ritrovare suo padre, un trafficante di droga.
«La nostra realtà sarebbe migliore, se sentissimo i poeti anziché i pareri più inutili in tv» sbotta Giuseppe Battiston, 41 anni, 24 spettacoli, 21 film, 13 lavori tv e un fitto calendario di uscite e progetti, tra cui, dopo il cavallo di battaglia Orson Welles' Roast (a Trieste, poi in tournée e a Milano in aprile), s' annuncia la ripresa d' uno spettacolo su Pascoli, A quel cielo lontano. «Un monologo sul suo calcolo delle emozioni, sulla sua gioventù anarcoide. E per restare nel sociale c' è in ballo uno spettacolo sul tema del lavoro con Gianmaria Testa, su testi di Andrea Bajani, per lo Stabile di Torino». Quest' attore massiccio e sensibile è molto cercato dal cinema, e sono tre i film in cui sta per apparire, con ruoli che riflettono i suoi sentimenti, una voglia di giustizia, una ricerca sull' uomo. «Un' inclinazione all' armonia che ho in famiglia è nell' identità che assumo in Cosa voglio di più di Soldini, dove cerco di costruire una bolla di felicità attorno alla mia donna. E a corrispondere a una mia esigenza di etica per le giuste cause è il fiancheggiatore di un gruppo che rapisce un ministro per risarcire d' una morte bianca sul lavoro nel film I figli delle stelle di Pellegrini. E vivo una scoperta di ambienti e soggetti pieni di tenerezza, che mi piacciono, facendo l' assistente a un regista che in un paesino toscano mette su una sacra rappresentazione, ne La passione di Mazzacurati». Si mette alla prova con tutti, Battiston. «Importanti sono le discussioni, gli scambi di idee con gli amici. È determinante sentire la gente, guardarla in faccia con gentilezza anche se si ha un corpo da Mangiafuoco come me. E trovare nel lavoro attinenze inquietanti con l' oggi, come quando sono un manager fra politica e mondo dello spettacolo neLe ragazze dello swing, film-tv di Zaccaro per RaiUno con la storia del Trio Lescano». Il set lo impegnerà ancora. «Una sceneggiatura da un racconto di Lucentini. E una commedia». Nel frattempo è Orson Welles a teatro. «Un personaggio invariabile che respira con me». Dice che a cambiare è lui. «Adesso sono capace d' incazzarmi. Lo scudo fiscale mi fa vomitare. Ammiriamo i furbi e l' evasione. Abbiamo per modello la violenza. Uno come Corona fa ascolti. Ci lasciamo scivolare la vita addosso». - RODOLFO DI GIAMMARCO - Repubblica
Come se non bastasse il decreto legge Ronchi sulla privatizzazione dell'acqua, il Governo procede a passo spedito nella sua totale cecità ambientale. Oggi è la volta dell'agricoltura. Gli Ogm entrano in Italia senza il consenso delle Regioni. Lo ha deciso il Consiglio di Stato con una sentenza di una settimana fa, stabilendo che lo Stato deve concludere il procedimento d'istruzione e autorizzazione alla coltivazione di mais geneticamente modificato già autorizzato a livello comunitario. Il ministero delle Politiche agricole quindi dovrà dare il benestare al transgenico, dovendo rilasciare l'autorizzazione alla semina di varietà iscritte al catalogo comune entro 90 giorni. «Continueremo a difendere cittadini e agricoltori», commenta il ministro Luca Zaia, «la sentenza contravviene in modo palese alla volontà della stragrande maggioranza dei cittadini e delle Regioni, e degli agricoltori che non vogliono gli Ogm». Immediati e contrastanti i commenti. Parla di «novità di tutto rilievo che sblocca l'impasse che caratterizza la vicenda in Italia» il presidente di Confagri Federico Vecchioni. Opposto il parere di Coldiretti pronta ad avviare un referendum «salva made in Italy» per difendere il diritto della maggioranza dei cittadini e agricoltori di mantenere i propri territori liberi dagli Ogm». Intanto l'associazione ambientalista Vas (Verdi ambiente e società) sta valutando la possibilità di impugnare la sentenza presso la Cassazione.
Memorabile concerto LIVE dei QUINTORIGO ieri sera al Circolo degli Artisti di Roma
Entusiasmo del pubblico che gremiva ieri sera la sala dello storico Circolo degli Artisti, a Roma, per il concerto LIVE del quintetto romagnolo QUINTORIGO che, con i loro repertorio di musica trasversale, in alcuni passaggi perfino magica, e il contributo vocale di Luca Sapio, (la voce dell’ultima formazione live degli AREA) sono riusciti nell'impresa di amalgamare passato e presente in un'unica grande serata di autentico spettacolo e grande arte. Che i QUINTORIGO siano una formazione fortissima nei concerti LIVE già lo sapevamo ma ieri sera la qualità dei loro suoni è stata senza alcun dubbio piu’ originale e interessante dei concerti ai quali abbiamo assistito in precedenza. Una boccata d'aria pura insomma nell’asfittico mondo musicale italiano.
Lillas - the music files - mzarchive
Riproponiamo qui una recentissima intervista di Vittorio Formenti di Mescalina (interessante rivista on-linedicui vi inviatiamo a visitare il sito: http://www.mescalina.it/) a Valentino Bianchi, virtuoso sassofonista deiQUINTORIGO.
Quintorigo non hanno bisogno di troppe presentazioni per il pubblico di Mescalina. Tra le più interessanti e qualificate realtà della musica indipendente nazionale hanno dato alle stampe nel 2008 uno splendido lavoro su Charles Mingus dal titolo ´Play Mingus´. Già positivamente recensito sulle nostre colonne questo disco dimostra a tutto tondo come nel XXI secolo si possa rileggere una pagina storica del jazz dando del valore aggiunto.Non solo un tributo ma anche un gesto di amore e una lodevole opera di divulgazione che può fare solo bene anche a chi nulla conosce del genere e dell’artista. Abbiamo avuto l’onore di poter conversare in tranquillità con Valentino Bianchi, sassofonista del gruppo, in merito al progetto in questione e non solo.
Mescalina: da dove viene il vostro nome, molto bello e d’impatto anche mnemonico?
Valentino: effettivamente riconosco che suona bene. Non ha un significato particolare, ricorda che siamo in cinque ed evoca le cinque righe del pentagramma a simbolo dei nostri studi al conservatorio. L’abbiamo scelto fra una decina di alternative, in occasione di un primo concorso agli esordi della nostra carriera, attorno alla metà degli anni ’90, quando ci unimmo conoscendoci come amici per suonare rock’n’roll e rockabilly.
Mescalina: come nasce la vostra formazione, così atipica ed originale? (I Quintorigo sono un sax, un cello, un violino, un contrabbasso ed una voce – nda)
Valentino: non è frutto di una scelta a tavolino; come ti dicevo ci conoscevamo come amici e solo in seguito ne abbiamo registrato le potenzialità. Il combo va al di là dei limiti di alcuni gruppi solo elettrici ma supera anche le potenzialità delle formazioni di archi; la presenza di sax e di contrabbasso dà più colori anche se una formazione così atipica obbliga a lavorare molto per sopperire alla mancanza di strumentazione squisitamente ritmica o armonica. L’handicap tuttavia è solo apparente, in realtà abbiamo constatato che il sound che scaturisce è unico e stimolante.
Mescalina: la formazione ha avuto parecchi cambio nel ruolo del cantante. Come mai?
Valentino: tirando le somme ad oggi possiamo dire che la forza del progetto sta nel quartetto base. Il cantante ha certo apportato un contributo importante ma non costituisce la forza del progetto, al quale invece dobbiamo associare il nostro produttore (Max Monti) che ci ha sempre accompagnato, sostenuto ed incoraggiato, appoggiando ogni nostra scelta.
Mescalina: la vostra produzione evidenzia l’attenzione a molti ambiti musicali. Come vi collochereste in un’ideale albero genealogico musicale?
Valentino: Noi siamo aperti a tutti i generi, li riassembliamo cercando qualcosa di nuovo al di là delle leggi di mercato. Non siamo una pop band, anche se avremmo potuto esserlo, ma nemmeno possiamo definirci dei jazzisti puri. La nostra nicchia ci va bene, siamo ancora giovani e vitali e ultimamente siamo diventati forse ancora più fecondi. La band funziona e l’ultimo disco ci ha molte soddisfazioni.
Mescalina: per quanto apparentemente banale vorremmo chiedere come mai avete scelto Mingus come oggetto del vostro ultimo progetto
Valentino: la domanda è più che lecita. I motivi sono diversi . Prima di tutto Mingus piace a tutti noi per la sua modernità, per il suo radicamento alla tradizione e per la sua intensità. In secondo luogo pensiamo che non goda della fama che meriterebbe; non esistono tributi a lui, nemmeno in America. Ci siamo quindi dedicati allo studio filologico della sua opera omnia, senza voler scivolare in un lavoro cerebrale; il risultato doveva essere alla portata di tutti, quasi in chiave divulgativa e promozionale. La cosa tutto sommato ha funzionato, sappiamo che alcuni hanno recuperato suoi dischi dopo aver ascoltato il nostro lavoro, e questo ci ha fatto un gran piacere. Abbiamo inoltre avuto importanti riconoscimenti come il premio Top Jazz del 2009.
Mescalina: da qui il seguito che avete dato al progetto negli spettacoli dal vivo?
Valentino: Il live è stato concepito in una versione più teatrale, con letture, proiezioni di momenti della biografia dell’artista, interplay virtuali con Mingus e documenti d’epoca. Le musiche sono più o meno le stesse ma il palinsesto è allargato. Si tratta quasi di una storia dell’America nel periodo della sua vita in quanto Mingus, oltre che musicista, fu anche un "filosofo" pacifista ed antirazzista; questo la ha reso ancora più interessante come soggetto di lavoro.
Mescalina: l’ascolto del vostro disco, se comparato con i brani originali, rivela durate ridotte e strutture semplificate. Vi siete limitati alla riproposizione delle parti scritte, notoriamente limitate dall’autore, o c’è qualche altro motivo?
Valentino: il motivo principale è che abbiamo voluto evitare prolissità e ridondanza a favore di una miglior accessibilità per l’ascoltatore. Mingus si curava poco del pubblico e dei produttori, faceva quello che voleva (fortunatamente, aggiungo). Noi abbiamo cercato di contenerci per rendere più fruibile il cd e per favorire l’accostamento all’artista. Tuttavia nei live le esecuzioni sono più dilatate e questa differenza si nota meno.
Mescalina: con che criterio avete scelto i brani da riproporre?
Valentino: Abbiamo individuato pezzi di una certa popolarità e fama che trattassero argomenti pregnanti come l’attenzione ai temi sociali e politici così come visti dall’artista. ´Oh Lord don’t let them drop that atomic bomb on me´ e ´Fables of Faubus´ sono esempi di scelta motivata da questo criterio. In altri casi ci siamo orientati più verso le curiosità ed le citazioni, come in ´Ecclusiastic´ o nei canti di ´Freedom´.
Mescalina: ci siamo chiesti come mai non abbiate preso nulla da un capolavoro come ´The Black Saint and the Sinner Lady´. Ci pare che anche solo un estratto da queste suite avrebbe potuto adattarsi bene alla vostra formazione.
Valentino: Il lavoro che citi, che pur apprezziamo unanimemente, è stato evitato per la sua complessità; i suoi brani lunghi, gli arrangiamenti densi e l’ensemble orchestrale necessario rendevano oggettivamente ostico rielaborarne una versione anche solo parziale. Abbiamo tuttavia un’idea a cui stiamo lavorando seriamente. Il disco è una versione di un balletto "alla Stravinski", eseguito solo in una occasione e ci hanno proposto di rifarlo. La prospettiva ci alletta molto e l’abbiamo messa in cantiere anche se non a breve scadenza. Abbiamo altri progetti in parallelo: il prossimo CD, un lavoro sul primo Ellington anni ’30 e ’40… e poi c’è il trentennale di Hendrix. Vedremo cosa potremo fare.
Mescalina: come avete scelto gli ospiti che sono intervenuti nella realizzazione del lavoro?
Valentino: Non ci siamo posti il problema di compatibilità con la strumentazione che Mingus aveva utilizzato nelle sue versioni, siamo troppi diversi e la cosa sarebbe risultata artificiosa. Compatibilmente con il budget a disposizione abbiamo scelto due grandi quali Salis e Mirabassi, con cui avevamo già collaborato e con cui ci siamo trovati bene anche umanamente; gli altri due talenti emergenti, Capiozzo e Francesconi, sono stati invitati sulla base dell’ amicizia che ci lega, della stima professionale e del fatto che sono della nostra zona.
Mescalina: il giudizio sintetico che abbiamo tratto dall’ascolto comparato è che la vostra versione sia più ´bianca´, ´intellettuale´ e disincantata rispetto alla tensione dell’originale. Forse perché Mingus viveva i suoi tempi con l’ansia della cronaca mentre oggi noi possiamo leggere quel periodo con gli occhi più distaccati della storia?
Valentino: Sono d’accordo con l’analisi. Una distorsione è inevitabile dato che cambia geografia e storia; i Quintorigo hanno fatto un riassunto usando la propria penna e i loro occhiali. Non dimentichiamo inoltre la finalità divulgativa che spiega molto di quello che dici tu. Nella rilettura aggiornata ci ha aiutato molto il parere di Stefano Zenni (autore di un’eccellente e consigliata opera su Mingus – nda) che ha fatto anche una bella nota di copertina.
Mescalina: permettici ora qualche spunto specifico su alcuni brani del lavoro. In Pithecantropus Erectus si notano usi di dub elettronici che gli originali, ovviamente, non avevano; inoltre in questo brano ci è sembrata molto evidente l’aderenza a quella plasticità ritmica che era una delle caratteristiche principali di Mingus.
Valentino: Il ricorso al dub vocale é stata un’idea del nostro bassista; il parlato riporta le prime parole di Armstrong sulla Luna, rispecchiando l’idea dell’evoluzionismo umano coerente con la trama che Mingus aveva voluto dare al pezzo. In relazione alla plasticità ritmica preciso che non è derivata dallo spartito originale, che era un canovaccio come nella gran parte degli scritti di Mingus. E’ un elemento evidente all’ascolto e l’abbiamo voluto mantenere. Qui credo risieda il valore del nostro disco; noi non siamo puristi del jazz e difendiamo il nostro arrangiamento, a cavallo tra originale e nostra interpretazione, cosa che abbiamo notato essere molto apprezzata dal pubblico.
Mescalina: il brano ´Jelly Roll´ appare confermare questa tua precisazione. La vostra esecuzione risulta essere più verticale, da New Orleans, rispetto a quella di Mingus che ricorre ai solisti in modo molto più evidente.
Valentino: questa constatazione ci viene presentata per la prima volta. Pensandoci su ti devo dare ragione, anche se non si tratta di un elemento studiato ma di un risultato spontaneo. Il brano, per Mingus e anche per noi, è stato un divertissement; noi l’abbiamo ricalcato sforzandoci di suonare con ironia e divertimento nonostante la distanza temporale.
Mescalina: il celeberrimo ´Fables of Faubus´ propone analogamente una vostra visione più europea, da camera, con un tema AABA più in evidenza e un risultato finale che si accosta molto alla musica mittleuropea di Kurt Weill
Valentino: il legame alla cultura europea del ‘900 emerge certamente per l’arrangiamento dei singoli strumenti, meno crudo e teso dell’originale. Fa parte del nostro modo d’essere e devo dire che se lo rifacessimo oggi lo eseguiremmo molto meglio, a suo tempo avevamo poco allenamento e poco tempo a disposizione. Per quanto concerne la struttura del brano effettivamente la parte B vira più al tango rispetto all’originale mentre la parte A è più melodica.
Mescalina: volendo evitare una monotona enumerazione dei brani ci terremmo tuttavia a sottolineare il pezzo in chiusura, il celebre ´Better get hit in your soul´, che pare piuttosto distante dalle derive avanguardistiche della versione ad Antibes con Dolphy alle ance.
Valentino: il brano chiude anche lo spettacolo live, dopo la rievocazione della morte di Mingus che inevitabilmente vena lo spettacolo di commozione. Trovo che il brano sia tra i più solari della sua produzione, molto vivo, con radici nel blues e nel gospel, e questi sono gli elementi che abbiamo recuperato. In realtà Mingus è una sorta di precursore anche del free e qui la presenza di Dolphy lo rende evidente; noi abbiamo contenuto un po’ questo aspetto per facilitare l’ascoltatore. Tutto sommato Mingus potrebbe essere suonato in dieci modi diversi, noi abbiamo privilegiato l’accessibilità senza scontentare gli esperti ma aiutando anche il nostro pubblico.
Mescalina: come sono andate le vendite del disco?
Valentino: Il cd è andato bene; dai dati che consociamo le vendite sono state di circa 3.000 copie, il che è un risultato eccellente rispetto alla media del jazz in Italia. Tieni presente che per noi è stato un progetto specifico; adesso ci staccheremo dal jazz per dedicarci ad altro, poi ci torneremo magari tra un paio d’anni.
Mescalina: come state promuovendo il CD?
Valentino: non siamo più in fase di promozione, dato che il disco venne pubblicato nel 2008. Tuttavia il premio del 2009 ne ha rinvigorito la portata e quindi lo proponiamo dal vivo. I riconoscimenti avuti ci hanno permesso di intervenire ad iniziative importanti quali Umbria Jazz, il festival di Roccella Jonica e di Clusone. Nel nuovo anno proseguiremo dal vivo con la pa rtecipazione della nuova cantante Maria Pia De Vito; speriamo quindi di allagare il pubblico contando di andare anche all’estero dove, probabilmente, potremmo trovare terreno più fertile che da noi, come in Francia,. Inghilterra e, perché no, negli USA.
Mescalina: non pensi che una cantante come Maria Pia De Vito, certamente una grande artista però spesso orientata all’avanguardia, possa in qualche modo modificare lo spirito del progetto?
Valentino: Abbiamo dovuto decidere una nuova collaborazione vocale a seguito dell’autonoma ed improvvisa decisione che Luisa Cottifogli ha preso di lasciare il progetto. Colti di sorpresa e dalla necessità abbiamo chiesto numerosi pareri, anche a persone del settore, ed abbiamo deciso di orientare la scelta verso una figura di rilievo, che potesse aiutare a dare evidenza ulteriore all’iniziativa contribuendo all’estensione dell’audience. Maria Pia inoltre si è subito dimostrata entusiasta del progetto, nel quale è entrata con umiltà accettando fin dall’inizio i nostri arrangiamenti. Non ha stravolto nulla, ha mantenuto molta freschezza, sa anche recitare e quindi ha apportato qualcosa di nuovo allo spettacolo pur rispettandone lo spirito base.
Mescalina: come proseguirà il progetto nell’anno che sta iniziando?
Valentino: Il progetto proseguirà per il 2010 tramite spettacoli dal vivo in Italia almeno fino a giugno; in inverno, se riusciremo, intendiamo andare all’estero. Mingus in realtà conviverà con gli altri progetti che stiamo varando, il primo dei quali è l’edizione del nostro nuovo CD, più imperniato sul rock, con la partecipazione di Luca Sapio alla voce (ultimo cantante degli Area), con dieci inediti senza cover nè ospiti, testi in inglese, sonorità distorte e contaminate nel nostro tipico stile.
Mescalina: benissimo, adesso il solito sforzo che chiediamo in conclusione alle interviste. Quali sono i cinque CD di Valentino Bianchi?
Valentino: bella domanda bastarda!! Ti posso dire cosa sto ascoltando ultimamente, tenendo presente che si tratta di repertorio di catalogo, sul nuovo ci trovo davvero poco:
. Bill Evans - Waltz for Debbie
. John Zorn - Naked City
. Stravinski - Sagra della Primavera (e i balletti)
. David Bowie - Ziggy Stardust (o Heroes)
. Area - Arbeit Macht Frei
e poi aggiungiamoci anche una raccolta di Bob Marley, cha andava ben oltre il semplice reggae.
Dopo il recente avvio di THE MUSIC FILES inauguriamo oggi una nuova sezione: FLASH. La notizia, a nostro avviso, più sorprendente del mese commentata da chi segue questo blog. Fatevi sotto! Esprimete pareri, dubbi, impressioni…
NOTIZIA DEL MESE
Durante la sua visita a Reggio Calabria, per lanciare la sua strategia contro le cosche, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha dichiarato:
"I risultati sui nostri contrasti all'immigrazione clandestina sono molto positivi e una riduzione degli extracomunitari in Italia significa meno forze che vanno a ingrossare le schiere dei criminali"
Immediata e tagliente la replica di monsignor Mariano Crociata, segretario generale della CEI:
"Le nostre statistiche dimostrano che le percentuali di criminalità di italiani e stranieri sono analoghe, se non identiche"
Alejandro Jodorowsky: Ogni paese ha la sua malattia, ogni paese ha la sua censura
La verità artistica non è né politica ne religiosa
I modi di affrontare il tema della religione - sia che parliamo di Cristo, di Buddha o del profeta Maometto - sono vari. Uno è andare all'attacco: creare scandalo, commettere sacrilegio. Tecnica, questa, che ritengo piuttosto primitiva e che non serve a nulla. Quelli che non credono in Buddha pensano di non aver nulla da imparare e quelli che, invece, ci credono si arrabbiano e hanno voglia di ammazzarti. È lo stesso motivo per cui trovo assolutamente inutile il cinema politico. Se faccio un film comunista, ai comunisti non interessa. Agli anti-comunisti non gliene frega niente e neanche loro andranno a vederlo. L'arte non deve essere macchiata o sporcata da nessuna ideologia, ma sorgere dal profondo dell'inconscio. La verità artistica non è né politica né religiosa.
L’artista e la rappresentazione degli dei
Se scelgo di raccontare dei personaggi della religione lo farò per esaltarli a modo mio. Alla maniera di un artista che si scontra con la mentalità dei credenti. Toglierò la fetta di prosciutto che copre i loro occhi e gli mostrerò Dio da un altro punto di vista, forse meglio di quanto non riescano a fare loro. In nessun caso, comunque, un Papa inetto può riuscire a vedere Dio. Il Papa è un politico e quindi non è in grado di vederlo. Un artista può vedere che cosa è Dio, immaginarlo o proporre una propria visione di Buddha, di Cristo. Vedere tutti questi dei come pagliacci, come clowns. Vi mostreremo Cristo con il suo naso rosso, quel clown di Buddha, quel pagliaccio di Maometto... Ne faremo dei divi meravigliosi. Vi mostreremo un Cristo che vi tira fuori delle rondini dal culo.
La censura è una decisione di famiglia
I censori sono dei malati e la censura non deve esserci. Bisogna semplicemente dire se il tal film è adatto o meno ai bambini o a un certo pubblico. Però se dei genitori vogliono far vedere a un bambino di sei anni una doppia penetrazione anale in un film pornografico, possono farlo. Non c’è alcun problema: sono loro a scegliere. La censura è una decisione di famiglia. Una censura per adulti è mostruosa e non deve esistere. Noi abbiamo la libertà di pensare e di dire tutto ciò che vogliamo. Possiamo scolpire una statua di Buddha con dei cumuli di sterco di cane. Possiamo dire qualunque cosa in tutta libertà.
Ogni paese ha la sua censura
In Messico avevo problemi solo quando giravo. A film finito scomparivano tutti. Nei miei film proponevo davvero qualcosa di nuovo, ecco perché scioccarono molto. Ma, a dirla tutta, non ci fu nemmeno tanto da discutere. Ogni paese mi ha tagliato qualcosa di diverso. In Inghilterra, ad esempio, mi hanno tagliato quella scena di El topoin cui il protagonista si pulisce le mani sporche di sangue sui seni di una donna. Ogni paese taglia scene diverse perché ha malati diversi. Quelli inglesi non sono come i francesi, né come gli italiani. Ogni paese ha la sua malattia. Ogni paese ha la sua censura.
fonte: Sergio Fant- ItaliaTaglia
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Alejandro Jodorowsky (Tocopilla, Chile, 7 febbraio 1929) è un regista, scrittore, drammaturgo, fumettista e sceneggiatore cileno.
Dati inquietanti arrivano da Reporter senza Frontiere, in un report che porta in dettaglio la situazione con dati, numeri e spiegazioni, di ogni paese preso in esame, scaturisce che Internet è sotto controllo anche dagli Stati definiti democratici. La situazione più grave colpisce ben 12 sono i paesi, definiti nel report "nemici di Internet". La lista, già più o meno nota dei 12 è:Arabia Saudita, Birmania, Cina, Corea del Nord, Cuba, Egitto, Iran, Uzbekistan, Siria, Tunisia, Turkmenistan e Vietnam.Qui in pratica si impedisce di navigare liberamente trasformando le reti in intranet, impedendo così di accedere alle informazioni giudicate "indesiderabili", ma anche perseguendo, incarcerando e minacciando chi non sottosta alle regole imposte.Ma c'è di peggio, perchè se la lista sopra è già discretamente nota agli internauti, le cose sembra non stiano andando meglio altrove, infatti vi sono altri 10 paesi che Reporter senza Frontiere ha definito "sotto sorveglianza". Anche qui si stanno adottando misure che ne liberano la libertà. Di questi ultimi vengono menzionati l'Australia e la Corea del Sud, dove recenti interventi potrebbero mettere in pericolo la libertà di espressione su Internet. Un mondo dove sempre più ci viene tolto un pezzettino del nostro libero pensare.
fonte : infotecnonews
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UZBEKISTAN: FAI LE FOTO E SCAPPA. STORIA DELLA FOTOGRAFA UMIDA AKHMEDOVA REA D'AVER PUBBLICATO IN RETE E IN UN LIBRO FOTOGRAFIE SGRADITE AL REGIME UZBEKO
Umida Akhmedova è accusata di aver offeso il suo popolo con il suo lavoro Una storia simbolo di un paese chiuso e retrogrado, fermo all'era sovietica
La fotografa ricercata come una terrorista i suoi scatti spaventano il regime uzbeko
MOSCA- La sua macchina fotografica è un'arma letale per un regime oscuro e chiuso al mondo che nulla vuol far sapere delle miserie del suo popolo. Umida Akhmedova, 54 anni, nata e cresciuta nell'ex repubblica socialista sovietica dell'Uzbekistan, è braccata come una terrorista, ricercata dalla polizia del suo paese. Rischia sei mesi di carcere oppure, molto peggio, fino a due anni di un non meglio definito "lavoro rieducativo". E' accusata di aver offeso l'immagine del popolo uzbeko avendo pubblicato all'estero un reportage fotografico tra i poverissimi contadini della valle di Fergana, tra i vecchi malcurati di Samarcanda, tra le altre strazianti miserie di un paese dimenticato che un tempo fu la culla della civiltà persiana e che adesso sembra cristallizzato in un medioevo senza futuro.
La disavventura di Umida Akhmedova è cominciata un paio di mesi fa: convocazioni della polizia, interrogatori sempre più assurdi ed estenuanti, poi l'incriminazione e ieri la sua prudente decisione di allontanarsi da casa e far perdere le sue tracce. Ma l'Uzbekistan è un paese lontano da tutto, la vicenda della fotografa perseguitata non fa clamore sui media occidentali. Se ne accenna in qualche blog russo, qualche associazione per la difesa dei diritti umani organizza improbabili petizioni al governo uzbeko ma della sorte di Umida si sa poco. Il libro incriminato è uscito un anno fa insieme a una collezione di filmati e documentari curati dall'ambasciata svizzera in Uzbekistan. Si chiama "Donne e uomini dall'alba al tramonto" e segue lo schema classico di un'opera etnografica cercando di documentare usi, costumi e, inevitabilmente, condizioni economiche e culturali di un popolo. Ci sono immagini di nozze di campagna, di funerali di paese, di giovanissime prostitute per le strade dell'unica città, la capitale Taskhent. Immagini inoffensive, perfino poetiche che però hanno fatto scattare l'indignazione dell'Agenzia per la Stampa e l'Informazione Uzbeka, organismo ereditato dalla cultura sovietica e non troppo aperto verso la libera espressione. La denuncia dell'autorevole organismo ha fatto scattare le indagini e poi la persecuzione. La Akhmedova, che da qualche anno ha acquisito una certa notorietà in Russia e anche una consacrazione internazionale dopo una mostra a Copenaghen nel 2006, ha fatto in tempo a raccontare per mail le fasi dei suoi primi interrogatori condotti dal capitano Nodir Akhnadzhanov, giudice istruttore del nucleo di polizia distrettuale di Taskent. "Mi ha detto che insultavo il mio popolo - ha raccontato - ed è rimasto molto perplesso davanti al termine etnografia. Probabilmente non sa nemmeno che cos'è. Gli ho detto che mi limito a fotografare le usanze, i costumi popolari, che non c'è una sola foto preparata prima. Ma continuava a dire che io calunniavo la mia gente". In più la polizia uzbeka ha aggiunto sul conto della signora vecchi arretrati da pagare. A cominciare dalla sua partecipazione a due documentari, anche questi finiti in Occidente e non graditi dal regime: "Uomini e donne nei costumi e nei riti" e "L'onere della verginità". Il governo uzbeko non ama che fuori dai suoi confini si sappia come vive la gente. Il suo presidente Islom Karimov, vecchio esponente dell'era sovietica che accettò di malavoglia la dissoluzione dell'Urss, si è trasformato per sua stessa ammissione in una sorta di satrapo orientale. Perfetto per una terra che le satrapie le inventò oltre duemila anni fa. Eccentrico e accentratore, usa ancora i metodi sovietici come la collettivizzazione delle terre, per gestire un regime in chiave sempre più personalistica. Famoso il suo serraglio personale e gli arredamenti a forma di pezzi della scacchiera scolpiti in marmo pregiato in onore alla sua passione. Governa in assoluto isolamento dopo aver strappato la neutralità e perfino la amicizia di Russia e Stati Uniti usando il pugno di ferro contro ogni forma di estremismo islamico e concedendo all'uno e all'altro basi militari e strutture di supporto logistico. Il mondo esterno che poco sa del suo paese, ignora le rare voci di dissenso che raccontano di un sistema sanitario inesistente e di un'istruzione pubblica inadeguata e antiquata. E di quello che accade nello stato più popoloso dell'Asia centrale, 25 milioni di abitanti, viene solo a sapere da qualche coraggioso reporter come la Akhmedova, adesso ricercata come una latitante dalle stesse truppe speciali impegnate nella caccia ai terroristi.
Fonte: Repubblica NICOLA LOMBARDOZZI
altre fotografie come queste di Umida Ahmedova sono reperibili al link
According to the information received, on December 16, 2009, Ms. Umida Ahmedova was informed by the Mirobod Department of Internal Affairs that she was facing charges of “slander” and “insult” (respectively Articles 139 and 140 of the Uzbek Criminal Code) of the Uzbek people. Those charges were brought by the Tashkent Prosecutor's Office, in relation to her book of photographs entitled Women and Men: From Dawn to Dusk, which was published in 2007 and contains 110 photographs reflecting the life and traditions of Uzbek people, as well as to her documentary films Women and Men in Customs and Rituals and Virginity Code. She is facing up to six months’ imprisonment or from two to three years of “correctional work”. These charges follow an investigation carried out in November 2009 by the Uzbek Agency of Media and Information into several books and films on gender issues that were produced in collaboration with the Gender Programme of the Swiss Embassy in Tashkent.
Petition:
We, the undersigned demand that the Uzbekistan Authorities:
i. Guarantee in all circumstances the physical and psychological integrity of Ms. Umida Ahmedova;
ii. Put an end to all acts of harassment - including at the judicial level - against Ms. Umida Ahmedova as well as against all human rights defenders in Uzbekistan and ensure in all circumstances that they be able to carry out their work without unjustified hindrances;
iii. Conform with the provisions of the United Nations Declaration on Human Rights Defenders, adopted by the General Assembly of the United Nations on December 9, 1998, especially its Article 1, which states that “everyone has the right, individually and in association with others, to promote and to strive for the protection and realisation of human rights and fundamental freedoms at the national and international levels” and its Article 12.2, which states that “the State shall take all necessary measures to ensure the protection by the competent authorities of everyone, individually and in association with others, against any violence, threats, retaliation, de facto or de jure adverse discrimination, pressure or any other arbitrary action as a consequence of his or her legitimate exercise of the rights referred to in the present Declaration”;
iv. Ensure in all circumstances respect for human rights and fundamental freedoms in accordance with international human rights standards and international instruments ratified by Uzbekistan.
TheStop the criminal suit against prominent photographer Umida Akhmedovapetition toPresident of Uzbekistan, Mr. Islam Karimov, E-mail: presidents_office@press-service.uzwas written by Olga Lipovskaya and is hosted free of charge at GoPetition. Contact author here
"La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah(sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati"
Gli crollai accanto, il corpo era voltato,
già rigido, come una corda che si spezza.
Una pallottola nella nuca. – Anche tu finirai così, –
mi sussurravo – resta pure disteso tranquillo.
Ora dalla pazienza fiorisce la morte –
“Der springt noch auf”, suonò sopra di me.
E fango misto a sangue si raggrumava nel mio orecchio.
*
Miklós Radnóti
(Budapest 5 maggio 1909 - Abda , 10 novembre 1944)
"Radnoti rappresenta un caso unico nella storia della letteratura ebraica: il solo poeta che è riuscito a comporre anche all’interno del campo di concentramento ove era rinchiuso. L’unico deportato che ha dato una testimonianza 'in diretta' di ciò che stava avvenendo. Le sue poesie dal lager, raccolte nel 'Taccuino di Bor', sono un monumento per l’umanità, un po’ come il 'Diario di Anna Frank'.
Per noi sopravvissuti, inoltre, i libri di testimonianza sono doppiamente preziosi, perché rivelano gli eventi di ieri all’oggi e al domani, scuotendo l’umanità dalla comoda smemoratezza in cui si rifugia mistificando la storia, e perché permettono il perpetuare della cultura ebraica, da sempre basata sul racconto e la testimonianza. Una cultura la nostra in cui è difficile scindere i singoli autori dalla loro origine, da un destino spesso comune anche per chi ignora la lingua yiddish o ha optato per la conversione, come Radnoti".
Edith Bruck
*
Miklos Radnoti, nato a Budapest nel 1909 e morto nel 1945 nel campo di Bor, durante la marcia forzata, fu, come la maggior parte degli appartenenti all’intellighenzia ebraica, un ebreo solo anagrafico, un libero pensatore che cercò di professare la sua verità di poeta e di elevare la letteratura al di sopra di qualsiasi limitazione o barriera umana. Anelò al trascendente come rifugio in una dimensione religiosa, alla quale però le circostanze della vita non gli permisero di approdare, se non per brevi periodi. Nei suoi componimenti, infatti, appaiono senza distinzione i nomi di Maria, Giovanni Battista, Giacobbe, Isacco e Jupiter, simboli tutti di un’esistenza noumenica confinata in un mondo di pace, immemore delle sofferenze umane. Dinanzi alla furia che imperversava nel mondo, Radnoti continuò a difendere senza sosta la sua nazionalità e il suo ebraismo, non perché ci credesse veramente, bensì perché vedeva in essi il simbolo dell’emarginazione sociale, contro cui combattere per ottenere la vera indipendenza di tutti gli uomini e, allo stesso tempo, per perpetuare una cultura millenaria "che è sopravvissuta - continua ancora la Bruck - perché ha trovato nel racconto e nel cammino la propria continuità e proprio l’eterna intolleranza nei suoi confronti, le persecuzioni, le discriminazioni e le ingiustizie subite, hanno stimolato l’ebreo a rimanere tale, a difendere la propria appartenenza anche quando questa era solamente culturale e non religiosa". Eppure - come scrisse Nelo Risi, traducendo nel 1964 insieme alla Bruck alcune sue poesie di Radnoti - "il suo canto ha risonanze bibliche e i suoi versi risentono del carisma lungimirante dei profeti".
E’ arrivato in Italia Avatar, il film in 3D che stravolgerà tutti gli approcci alle visioni cinematografiche dei prossimi anni. Due sono gli aspetti che avremmo dovuto soppesare con molta coscienza ancora prima che gli effetti di questo fenomeno precipitassero dentro le nostre multisale.
Il primo: il potere sbalorditivo della terza dimensione. Ti anticipa sempre, non sei mai sufficientemente preparato e il coivolgimento ti ingloba, senza alcuna autodifesa, dentro vicende fino ad un attimo prima estanee a te. Io, finto ragazzotto mai invecchiato, ogni tanto batto i sentieri di Gardaland per gustarmi le emozioni dei giochi, da quelli che ti fanno attraversare in canoa misteriose caverne lavandoti da capo a piedi alle immancabili montagne russe, con l’obbligo di cavarti il fiato, fino alle curiose visioni tridimensionali che Gardaland ha già anticipato da anni. Mi soffermo alle visioni 3D. Nonostante io sia navigato della vita e nonostante quel giorno mi venissero incontro solo i ghiacciai, vi devo dire che il coinvolgimento fu tale da domandarmi se ero ancora vivo e quanto indenne mi avesse lasciato la violenta valanga che mi aveva travolto.
Secondo aspetto, ancora più delicato e problematico: i contenuti delle scene e le modalita’ con le quali ti vengono proposti. Veniamo ad Avatar. La sceneggiatura è ambientata nel 23° secolo. Racconta le vicende di Jake Sully, un ex-marine veterano paraplegico che viene reclutato per esplorare, colonizzare e conquistare le risorse naturali del pianeta Pandora. Compito di Jake Sully è quello di interagire con alieni (NA’VI) attraverso il proprio avatar, dalle sembianze aliene ma con neurofisiologia umana. Non mi voglio soffermare su una sequenza o su particolari dialoghi. Qualcuno ci tiene a dichiarare che non ci sono parolacce, che il film lo ha visto anche Obama con le figlie e che in alcuni Stati il divieto riguarda solo i minori di 10 e 12 anni. In questo caso non credo che la parola censura e divieto sia sufficiente. Non mi accontento della reazione dell’Associazione dei Genitori Italiani. Troppo poco. e’ la qualità dell’approccio che è sconvolgente e immorale. Lascia tutti, grandi e piccoli, travolti dai fatti. Trasformano un disabile in onnipotente, un mondo irreale in reale, con la terza dimensione che ti catapulta violentemente fra i protagonisti dell’assurda vicenda. siamo totalmente indifesi da questi tipi di aggressioni. portano la fantascienza troppo vicina a noi, tanto da scavalcare a piè pari questo mondo di cartapesta nel quale fatichiamo a vivere.
Facciamo il possibile perché la denuncia sia puntuale e autentica fino in fondo, senza paura di essere etichettati come moralisti e trogoditi. L’impianto psicologico dei nostri figli (e nostro) è già fragile e disarmato. Non sconvolgiamolo di più."
Don Antonio Mazzi
Fonte: Gente
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La sera del 28 dicembre 1895, al Grand Café di Parigi, i Fratelli Lumière presentarono al loro esterrefatto pubblico alcuni brevi esperimenti di cinematografia. Fra questi "L’arrivo del treno alla stazione di La Ciotat". L’immagine del mostro meccanico terrorizzò a tal punto gli ingenui spettatori che, temendo di vederselo piombare addosso sbuffante e fischiante, fuggirono dalla sala. Molti, fra i cronisti dell’epoca, scrissero che il cinema era un’invenzione diabolica e come tale era meglio non portare i bambini a vedere spettacoli così immorali.
Mentre l’industria musicale sembra finalmente aver preso atto che dopo la rivoluzione tecnologica e gli mp3 niente sarà più come prima, e che con il download illegale bisogna trovare dei compromessi che limitino i danni, quella del cinema ancora pensa di poter controllare il cambiamento. E di superare la crisi limitando i costi e cercando di far sparire la pirateria con la bacchetta magica. Ma lo slogan “il cinema al cinema” funziona se il cinema mantiene le sue promesse. Non bastano le grandi sale ricche di effetti sonori e le versioni in 3D se poi le traduzioni e i doppiaggi fanno schifo. Sono sempre stato ostile ai puristi delle versioni originali sottotitolate, snob presuntuosi che non volevano ammettere che per quasi tutti sacrificare l’audio originale significa comprendere e seguire molto meglio i film. Ma era quando le traduzioni e i doppiaggi italiani erano spesso ottime opere di scrittura e recitazione, come le migliori traduzioni letterarie. Oggi qualche riduzione di costi o un abbassamento della qualità delle cose che invade ogni settore rendono insopportabilmente trascurati i dialoghi italiani dei film stranieri: cito solo “Nemico pubblico” e “Il mio amico Eric”, che ho visto da poco, ma gli esempi sono frequentissimi di film in cui la lingua che si parla è del tutto implausibile e tradotta maldestramente o letteralmente. E se questa è l’offerta – ancora di più a fronte di film italiani come “La prima cosa bella” in cui la grandezza di recitazione e dialoghi è da antologia – mi chiedo con quale coraggio l’industria del cinema pretenda di convincere gli spettatori sempre più avvezzi all’inglese ad andare nelle sale piuttosto che scaricarsi le assai più nobili versioni originali.
un nuovo settore di questo blog dedicato a chi ama la musica in ogni sua forma, con segnalazioni di dischi e concerti di particolare interesse e, ovviamente, con un occhio di riguardo alle colonne sonore per film e ai Maestri che le compongono.
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Cominciamo appunto con una segnalazione particolarissima: la colonna sonora di un documentario (purtroppo ancora inedito in italia) “Soundtrack for a Revolution” di Bill Guttentag e Dan Sturman del 2009. Prodotto da Francia, Gran Bretagna e USA. Durata: 82 minuti.
Il documentario prende le mosse da un grottesco cinegiornale di propaganda prodotto dal governo federale del Mississippi nel 1961, The Message for Mississippi, in cui si inneggia al buon funzionamento delle leggi segregazioniste dello Stato, per passare in rassegna le tappe che hanno contrassegnato il movimento per i diritti civili dei neri, a partire dal famoso boicottaggio degli autobus di Montgomery, avviato il 1° dicembre 1955 da Rosa Parks, a poche settimane dall'arrivo nella cittadina di un giovane pastore di nome Martin Luther King jr., che si era trasferito in provincia per svolgere una modesta missione di apostolato.
SOUNDTRACK FOR A REVOLUTION ha chiuso la 50a edizione del Festival dei Popoli, a Firenze, unica proiezione italiana del film.
Buona parte della colonna sonora del film si avvale della collaborazione, fra gli altri, della straordinaria musica dei
THE BLIND BOYS OF ALABAMA
Il gruppo, nato nel 1939 all’interno dell’Alabama Institute for the Negro Blind, è ancora in parte costituito dalla leggendaria formazione originale: i tre cantanti principali ed un batterista/percussionista. Predecessori di Elvis, Little Richard e Al Green, i Blind boys ofAlbama ancora oggi sono in testa alle classifiche gospel. La loro musica è infatti una fervente miscela di gospel tradizionale e contemporaneo: il sound spirituale ha permesso ai componenti del gruppo di superare la sofferenza fisica causata dalla loro cecità e di trasmettere un messaggio di speranza nonostante le difficoltà. Vincitori di ben 5 Grammy Awards, questi ragazzi settantenni hanno dato prova di eclettismo abbracciando sonorità blues e jazz, cimentandosi nelle rivisitazioni di alcuni brani di Tom Waits e Prince e accompagnando nei loro concerti Peter Gabriel e Ben Harper.
George Scott, uno dei fondatori del semileggendario gruppo gospel Blind Boys Of Alabama, si è spento recentemente nel sonno, a Durham, North Carolina, all'età di 75 anni. "Siamo grati al Signore per averci lasciato George per tutto questo tempo", ha riferito Clarence Fountain, il leader del coro. "Eravamo cresciuti assieme e insieme abbiamo cantato, da quando eravamo bambini a quando siamo diventati vecchi". George Lewis Scott era nato in Alabama ed aveva conosciuto Fountain nel 1936 all'Alabama Institute for the Negro Blind.
Recentemente The Blind Boys of Alabama hanno pubblicato l’ennesimo disco: DUETS, denso di suoni meravigliosi e unici, frutto di più di sessant'anni di musica insieme. Un’ennesima e straordinaria lezione di Gospel e di Spirito.
il prossimo concerto dei BLIND BOYS OF ALABAMA più vicino a noi, si fa per dire, si terrà a Fès, Marocco, il 12 giugno 2010, nell'ambito della 16ma edizione del Fès Festival - Musiques Sacrées du Monde
l'Official Web Site del gruppo è reperibile all'indirizzo: http://www.blindboys.com/
Il diario della strage scritto dagli umili: capolavoro al cinema
Inondati da rievocazioni scolastiche o ricostruzioni troppo schematiche della Seconda guerra mondiale e dei suoi episodi, dove il cinema viene piegato alle ambizioni propagandistiche di questo o di quello, la visione di L’uomo che verrà offre lo stesso sollievo di una boccata di aria fresca a chi si sente soffocare. Rigoroso, emozionante, onesto, appassionato, il film di Diritti sa coniugare lucidità morale e lettura storica con uno stile insolito per il cinema italiano, di elegante e non ostentata classicità. Da vero (e grande) regista.
Al Festival di Roma aveva vinto il Gran premio della Giuria e quello del Pubblico (con qualche scorno per chi non l’aveva selezionato a Venezia) e oggi inaugura —speriamo beneaugurante—la distribuzione della rinnovata Mikado, passata di mano (da DeAgostini a Tatò) nell’autunno scorso.
Il film, ambientato nelle colline bolognesi vicino a Marzabotto, racconta la dura vita quotidiana della famiglia contadina Palmieri, dall’inverno 1943 all’autunno 1944: i nazisti presidiano con determinazione la Linea gotica, i partigiani si impegnano nell’infastidire e sabotare le azioni degli occupanti e i civili cercano di campare alla meno peggio, subendo le intimidazioni degli uni e le richieste degli altri, mentre la vita non può che continuare il suo percorso: Lena (Sansa) porta in grembo l’«uomo che verrà» a cui fa riferimento il titolo, la cognata Beniamina (Rohrwacher) spera di migliorare la sua condizione andando a servire a Bologna, il marito Armando (Casadio) si dibatte tra i vincoli della mezzadria e le imposizione fasciste, tutti, insieme ai contadini che abitano nella stessa cascina, condividendo la dura vita quotidiana e quel che resta della voglia di trovarsi insieme a ballare o chiacchierare.
A guidare lo spettatore c’è lo sguardo curioso di Martina (Zuccheri Montanari), la figlia di Lena e Armando, diventata muta dopo la morte di un precedente fratellino e trepidante custode di quello in arrivo: grazie a lei conosciamo i comportamenti delle truppe naziste, le fughe precipitose nei nascondigli tra i boschi, le azioni dei partigiani, le morti e le sconfitte, ma soprattutto l’inevitabile intrusione della guerra, e della sua violenza, nella vita di tutti i giorni. Il fratellino nascerà nella notte tra il 28 e il 29 settembre 1944 e la Storia ci ha già detto che cosa succederà negli stessi giorni: in nome di un’agghiacciante esigenza di «bonifica territoriale», i nazisti rastrellano più di ottocento persone, soprattutto donne, bambini e anziani, che uccidono senza nemmeno la giustificazione di una rappresaglia. Non anticipiano il destino dei personaggi che abbiamo conosciuto e che il film mostra con documentata partecipazione ma sarebbe ingiusto ridurre L’uomo che verrà a una, pur corretta, ricostruzione della strage di Monte Sole (Marzabotto è solo uno dei comuni della zona, quello più conosciuto). Diritti guarda oltre, alla sofferenza e alla disperazione di tutti coloro che il cinismo del linguaggio definisce come «danni collaterali», al dolore e alla tragedia di quegli inermi che pagano sulla propria pelle la follia della guerra. Per farlo non amplifica le occasioni di spettacolo o di suspense. Non gli interessa - giustamente - farci palpitare per chi si salva perché dietro a ogni vita risparmiata ce ne sono troppe distrutte. Piuttosto vuole farci riflettere sulle assurdità delle guerre e delle violenze. E non tanto in nome di un pacifismo razionale ma per un’umanissima empatia con le vittime. A quegli uomini, quelle donne e quei bambini che vanno incontro alla morte ci siamo affezionati vedendo la grama vita quotidiana, sentendo il loro odore di terra o di stalla e soffrendo la loro stessa povertà, ascoltando la durezza di una lingua che ha le stesse asprezze dei volti (per questo era necessario far parlare tutti in dialetto; per questo non disturbano i necessari sottotitoli). Diritti filma tutto con uno stile che sarebbe piaciuto a Bazin e a chi come lui rivendicava al cinema la capacità di restituire sullo schermo la forza della realtà: gira dal vero, mescola volti di professionisti (Sansa, Rohrwacher, Casadio: tutti eccellenti) a altri presi sul posto (la piccola Greta Zuccheri Montanari ma anche i tanti vecchi dei luoghi, alcuni, da giovani, testimoni del vero eccidio nazista), evita luoghi comuni e cadute retoriche. E riesce a regalarci una delle più belle prove di un cinema finalmente necessario, di altissimo rigore morale e insieme di appassionante e coinvolgente forza civile. Un capolavoro.
Paolo Mereghetti 20 gennaio 2010 corriere della Sera
Le città e le sale italiane dove il film è in programmazione:
A un secolo dalla morte di Edmondo De Amicis, il riadattamento in chiave moderna di un racconto che ha fatto commuovere numerosissime generazioni. Un secolo fa veniva sottolineato solamente il problema della povertà che costringeva all’immigrazione; oggi, l’immigrazione è ancora di più un problema sociale, associato al problema della sicurezza, della clandestinità, e delle discriminazioni razziali.
"Il sole era allo zenit quando il grosso peschereccio, con i cento passeggeri - tra loro Sidi Habibi e Youssef - prese il largo tra un coro di alhamdulillah e insciallah, che man mano si affievolì. Fu mare aperto. Blu senza scampo. Blu che a poco a poco si fa nero: del cielo, del mare, della sua mente."
Un ragazzino, poco più di un bambino. La madre lontana, a lavorare in un paese straniero. Qualche saluto dai parenti di ritorno, poche lettere, poi neppure più quelle. L'attesa sempre più trepidante e vana di qualche notizia anticipa la paura terribile di averla persa per sempre. Infine la decisione di imbarcarsi, attraversare il mare e andarla a cercare in quel paese lontano. La fame, il freddo e soprattutto la paura. Per giungere però, col fiato sospeso, all'atteso lieto fine.
Titolo, trama, personaggi, tutto è esplicito e diretto riferimento a Dagli Appennini alle Ande. Ma Marco è diventato Youssef, il suo paese non è ai piedi dell'Appennino ligure ma dell'Atlante marocchino, l'Eldorado non si chiama Argentina ma Italia. Da una delle più interessanti scrittrici siciliane dei nostri giorni, la trasposizione contemporanea di uno dei più conosciuti racconti si Edmondo De Amicis. Romanzo d'avventura e al tempo stesso lirica e dolente partecipazione sia alle sventure dell'emigrazione sia al dramma della separazione di madre e figlio. Dall'Atlante agli Appennini è anche ferma e radicale denuncia di chi tutto questo sfrutta. Senza Cuore.
Se titolo, trama, personaggi, presentano un richiamo esplicito all’epopea ottocentesca del piccolo Marco di deamicisiana memoria, “Dall’Atlante agli Appennini” è un tuffo spregiudicato e disinibito nella contemporaneità. Il penultimo racconto mensile del “Cuore” racconta l’odissea di Marco, “un ragazzo genovese di tredici anni, figliuolo d’un operaio” che parte da solo per l’Argentina alla ricerca della madre, domestica presso una ricca famiglia del posto, di cui non si hanno notizie da molti mesi. Maria Attanasio, che, magistralmente, ha sempre coniugato l’invenzione narrativa alla ricerca storica (“Correva l’anno 1698 e nella città avvenne un fatto memorabile” 1994; “Di Concetta e le sue donne”, 1999; “Il falsario di Caltagirone”, 2007), va dritta al cuore del dramma dei clandestini - partiti mille volte per sfuggire alla miseria e alla malasorte della loro anima peregrina – attualizzando la problematica della ricerca disperata e dell’esodo forzato mettendo al posto del ragazzino ligure un suo coetaneo marocchino nell’era “apocalittica della globalizzazione”, della tragica erranza degli ultimi verso mete che molto spesso si rivelano pure illusioni.
“Marco è diventato Youssef - spiega Maria Attanasio - il suo paese non è ai piedi dell’Appennino ma dell’Atlante marocchino, l’Eldorado non si chiama Argentina ma Italia”. Youssef, dopo un fallito tentativo di raggiungere l’Italia dalla Spagna, si imbarca in Libia su una sorta di traghetto della vita e della morte, che è insieme arca di Noè e vascello di Caronte. La partenza si rivela subito una tragedia per alcuni che restano travolti dalla massa incontrollabile dei clandestini in cerca di un posto. Giunto in Sicilia, quasi come un naufrago privo di identità, Youssef perde il suo nome diventando Giuseppe, “nome che risolutamente rifiuta, rivendicando per sé quello di Marco, come il protagonista di una fiction italiana per ragazzi che aveva visto alla televisione”. Nel suo lungo peregrinare per la Penisola, nel desiderio irrefrenabile di ricongiungere il proprio cuore a quello della propria madre Youssef incontra tanti suoi “paesani”. Pagine disperate il cui grido di accoglienza, di giustizia sociale, bussa al cuore del lettore che è condotto in full immersion nella narrazione per la quale l’Autrice sente l’esigenza dirompente di raccontare non “una” storia, ma “la” storia proposta, scrive Maria Attanasio, “per conforto di speranza; di giustizia realizzata. Che non c’è, ma ci può essere. Perché nel racconto anche la vita che non è, prende la parola e si fa vita”.
Realizzato nel 2007 da James Ivory, il film non è ancora uscito in nessuna parte del mondo.
Perché uno scrittore all'apice del successo dovrebbe suicidarsi? Sta di fatto che Jules Gund, autore del romanzo "Quella sera dorata", prima di poter scrivere il suo secondo libro decide di prendere in mano la rivoltella e spararsi un colpo alla testa nel bosco della sua stessa tenuta in Uruguay. Il regista James Ivory ne prende spunto per una storia che poco ha a che fare con lo scrittore, ma che ha i connotati di un dramma familiare che riflette sul destino, sul libero arbitrio, sulla rassegnazione personale e sulla necessità di lasciar andare il passato. La storia di The city of your final destination (che era anche il titolo originale del romanzo di Gund) parte da un giovane ricercatore americano, il quale apprende di non aver avuto l'autorizzazione da parte dei familiari di scrivere una biografia sull'autore scomparso. Visto che un lavoro del genere potrebbe aiutarlo in un avanzamento professionale, decide allora di partire per il Sud America per incontrare il parentame di persona e tentare di convincerlo a desistere dalla loro ferrea posizione. Al suo arrivo, però, troverà solo un muro impenetrabile di segreti e infelicità, con cui sarà difficile non solo combattere, quanto anche semplicemente comunicare. L'eleganza riconosciuta a Ivory trova probabilmente il film ideale in cui svilupparsi con tutta la sua raffinatezza, pur senza mai dare l'impressione di un ricercato manierismo. La narrazione, quasi assente, procede per tutte le due ore affidandosi solo ai dialoghi e alla forza degli interpreti, essendo costretta ad adattarsi ai tempi morti della monotona vita dei personaggi, quasi immobili tra la vegetazione delle villa dei Gund, dove lo "straniero" arriva gettando scompiglio tra i suoi abitanti (il fratello omosessuale dello scrittore, nonché la moglie e l'amante che misteriosamente vivono assieme). The city of your final destination è dunque un film molto sottile, che punta sull'essenzialità della messa in scena, sul minimalismo dei gesti, delle musiche e delle atmosfere. Su questo banco si gioca il gusto del pubblico, perché il film coinvolgerà solo chi non avrà fame di adrenalina e chi è disposto a farsi conquistare da personaggi finemente caratterizzati e ottimamente interpretati da attori affermati come Laura Linney, Anthony Hopkins e Charlotte Gainsbourg (fresca vincintrice del premio per la migliore attrice a Cannes per Antichrist di Lars Von Trier). Rispetto al romanzo vengono taciuti molti dei motivi alla base del rifiuto della famiglia di autorizzare la biografia, ma Ivory dimostra di essere maggiormente interessato a guardare oltre il passato e il presente, ad un futuro che potrebbe aprirsi verso nuovi orizzonti o rimanere schiacciato dalla rassegnazione personale e dal peso dei fallimenti. E per questo è un peccato che il film proprio sul finale manchi di quella compiutezza faticosamente cercata per 120 minuti, tanto che una volta giunti al punto di rottura e in attesa che tutto trovi la giusta collocazione (o "destinazione"?), il destino dei personaggi scivola invece sbrigativamente via, come se dopo l'analisi delle loro frustrazioni al regista non interessasse nient'altro. Nel suo coraggio il film è sicuramente convincente, ma allo spettatore rimarrà maggiormente il costante senso di malinconia di tutta la parte iniziale, che invece quella speranza e quell'esaltazione della volontà umana che probabilmente invece volevano essere l'obiettivo del regista.
In tutti i paesi del mondo occidentale l’industria dell’audiovisivo è considerata una risorsa strategica per l’economia e la cultura. La produzione di fiction, di cinema e di documentario genera enorme ricchezza, crea migliaia di posti di lavoro altamente qualificati e incide in modo determinante nell’elaborazione dei valori fondativi della comunità. La capacità di produrre narrazione audiovisiva corrisponde alla capacità di un paese di raccontarsi e comprendersi. Premessa necessaria al dialogo democratico tra i popoli e le nazioni. Per questo la Comunità Europea invita gli Stati membri a programmare politiche economiche destinate allo sviluppo del settore audiovisivo.
Un invito che il Governo Italiano ha ora deciso di disattendere.
Il decreto legislativo che le commissioni di Camera e Senato si apprestano ad approvare, svela l’intenzione di questo governo di indebolire l’industria della produzione audiovisiva indipendente italiana.
I produttori, gli autori, gli attori e i lavoratori del settore audiovisivo chiedono:
- LA REINTRODUZIONE dell’attribuzione ai produttori indipendenti dei diritti residuali, condizioni minima necessaria allo sviluppo di un mercato dell’audiovisivo libero ed efficiente.
- LA REINTEGRAZIONE delle quote di programmazione di prodotto audiovisivo europeo indipendente “recente” nelle fasce di massimo ascolto del palinsesto televisivo.
- IL RECUPERO delle quote di investimento riservate al cinema e al documentario italiano.
- L’APERTURA di un tavolo di confronto tra il Governo, le associazioni di autori e produttori e i sindacati che porti a una riforma ampia e condivisa del sistema audiovisivo nello spirito delle indicazioni comunitarie.
Il lavoro nel settore audiovisivo è intermittente e dipende dagli investimenti dei broadcasters, RAI, MEDIASET e Sky. Da questi investimenti dipende il futuro di migliaia di lavoratori, meno riconoscibili forse di quelli che siamo abituati a vedere nelle fabbriche, ma ugualmente spaventati dai rischi della disoccupazione.
Contro tutti i tagli per affermare con forza l’opposizione a una norma che umilia un settore decisivo per l’economia e la cultura del nostro paese e mette a rischio decine di migliaia di posti di lavoro.
100autori (Associazione dell’Autorialità Cinetelevisiva) ANAC (Associazione Nazionale Autori Cinematografici) APT (Associazione Produttori Televisivi) ART (Associazione Registi Televisivi) SACT (Scrittori Associati di Cinema e Televisivone) SAI (Sindacato Attori Italiani) DOC. IT (Documentaristi Italiani) FIDAC (Federazione Italiana Associazioni Cineaudiovisive) ASC (Associazione Scenografi Costumisti) AIC (Associazione Autori Fotografia) AMC (Associazione Montaggio ) ART 21,TAM TAM Ufficio Sindacale Troupe SLC-CGIL
CHI E' PAOLO ROMANI?
E' sottosegretario in carica allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, ma non tutti sanno che è soprattutto assessore agli Affari di Famiglia (famiglia Berlusconi, of course). Si chiama Paolo Romani e non ha remore nel confessare pubblicamente che ha accettato di fare l’assessore all’Urbanistica del Comune di Monza perché c’era “da risolvere un problema che è una spina nel fianco della famiglia Berlusconi”. [..] Così, vinte le elezioni a Monza, Romani viene spedito a fare l’assessore comunale all’Urbanistica. Ruolo nel quale si fa onore, perché organizza la vendita della Cascinazza alla Brioschi dei Cabassi, che pagano a Paolo Berlusconi 40 milioni, ma sottoscrivono una clausola che prevede una “integrazione” del prezzo al doppio o forse al triplo, nel caso di “valorizzazione” di quei terreni.
L’assessore, diventato nel frattempo sottosegretario nel IV governo Berlusconi si mette perciò di buzzo buono e presenta nei giorni scorsi una variante generale al Piano di Governo del Territorio per valorizzare quell’appezzamento fin qui di assoluta inedificabilità.
Quale migliore occasione dell' Expò del 2015?
La variante Romani prevede infatti un “primo utilizzo” dell’area per l’Expò e poi un “riutilizzo dell’edificato con le seguenti destinazioni: direzionale, produttivo, residenza, edilizia residenziale convenzionata, artigianale espositivo, commerciale, intrattenimento, centro ricreativo bambini e ragazzi, centro anziani, centro per l’innovazione tecnologica nell’impresa, spazio espositivo per mostre continue, teatro, Spa e centro di medicina estetica, asilo nido, scuola materna, campo sportivo, sedi di Protezione Civile, Croce Rossa, Carabinieri, Banca d’Italia”. […] Così, varata la variante, i Cabassi dovranno pagare a Paolo Berlusconi un altro pacco di milioni. E l’assessore agli Affari Familiari, a operazione compiuta, potrà dimettersi a M onza e andare a Roma a curare per il capo, dalla sua poltrona di sottosegretario alle Comunicazioni, il licenziamento di tutti quei comunisti che infestano la Rai.
fonte Affari & Finanza. Alberto Statera
link dell'intervista a Romani: http://www.youtube.com/watch?v=xkwGnKxvh70
Vi piace il Web 2, navigare su YouTube, guardare i video online oppure intendete uploadare qualcosa sul noto portale di videosharing ? Il nuovo Decreto Romani è in grado di mettere a KO l’intero settore Web 2, non per niente il nuovo decreto prende il soprannome di “Dl anti YouTube“. Ma il Decreto Romani non mette a KO il solo YouTube, vuole andare oltre, vuole che i provider (internet service provider) diventino i “guardiani della rete”, che vigilino continuamente affinchè un utente non possa scaricare materiale protetto da copyright ma anche che qualsiasi fonte di informazioni online si comporti come se fosse un TG Nazionale, dovrà rettificare notizie sbagliate.
Guardate con sospetto alla Francia ? Vi sentite spiati quando vi collegate ad Internet ? Ebbene, il Decreto Romani guarda con sicura ammirazione la Francia ma anche l’Hadopi*, l’ente creato con i soldi dei contribuenti. Se i Provider diventassero i guardiani della Rete possiamo dire addio ai sogni, che le tariffe di connessione alla Rete si allineino al resto d’Europa. In Italia siamo agli ultimi posti in Europa come costo di connessione ad Internet ma anche qualità di connessione e banda messa a disposizione. Il nuovo decreto mette un bavaglio anche all’innovazione, eventuali costi di vigilanza della rete ricadranno sugli ISP e, dal momento che non fanno “opere di beneficienza”, tali costi ricadranno sugli utenti.
Ma il colmo dei colmi è trasformare gli ISP in Sceriffi. Pensate un attimo, il Decreto Romani è paragonabile ad un nostro incidente in Autostrada dove viene data una multa non solo al nostro veicolo ma anche all’azienda di manutenzione delle autostrade poichè doveva vigilare sul nostro autoveicolo. E’ ciò che vuole il nuovo Decreto, multe agli utenti ma anche agli ISP, qualora si rifiutino di rimuovere online materiale coperto da Copyright.
fonte: Digital Life
*L’HADOPI (Haute Autorité pour la Diffusion des Oeuvres et la Protection des Droits sur Internet) Si tratta cioè di una autorità indipendente che viene istituita e che, una volta individuato l’utente che “scarica” illegalmente opere dell’ingegno, lo farà oggetto di un’azione in tre tempi: 1) una comunicazione via mail, in cui si rende noto che il comportamente dell’utente è stato individuato e lo si invita a cessarlo; 2) una lettera raccomandata che ripete in modo definitivo l’ingiunzione; 3) la disconnessione dalla rete internet. A questa sanzione si aggiungerà poi quella amministrativa. Per giunta l’abbonato colpito dovrà pagare il canone al provider per tutto il tempo di durata della sanzione, cioè anche mentre non usa la rete perché è stato privato dell’accesso.
Siamo all’inizio della guerra del Peloponneso – Atene è al massimo della sua potenza –: alla fine del primo anno Pericle commemora, secondo la tradizione della città, i caduti ateniesi. Tucidide utilizza questa occasione per far comprendere al lettore come gli Ateniesi “vivevano” l’éthos della loro città. Tucidide, Storie, II
Il brano qui letto ed interpretato da Paolo Rossi è stato in un primo momento censurato dalla Rai, ma poi riproposto grazie alla trasmissione Ballarò. Ora, se il decreto Romani dovesse diventare legge, sparirà anche da You Tube?
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Una recente intervista a Paolo Rossi.
Liberta è partecipazione, cantava Gaber. Soprattutto quando il diritto d’espressione esiste e resiste. Paolo Rossi su questi princìpi fonda la sua arte e il suo impegno civile (basti pensare che uno dei suoi spettacoli più belli si chiama Il signor Rossi e la Costituzione). Lo incontriamo alla Mostra di Venezia perché è tra gli inevitabili protagonisti del bel documentario Il Piccolo di Maurizio Zaccaro, in Controcampo italiano, sul mitico teatro, laboratorio, avanguardia di Milano, la casa di Strehler ma anche di tanti artisti internazionali. In tempi di tagli al FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) e di un regime che cerca cocciutamente di schiacciare la cultura critica (si pensi alle ultime contumelie di Brunetta), raccontare con romantico rigore uno spazio speciale d’arte e d’impegno vale forse più di mille inchieste.
Partiamo dal documentario di Zaccaro qui a Venezia. Che impressione ti sembra abbia fatto sul pubblico? Ho sentito due persone che hanno commentato: “mi han fatto voglia di andare a teatro”. Al di là del fatto estetico, basterebbe questo per definirlo un successo. E poi questo film documentario rimane una testimonianza e per noi teatranti la testimonianza è importante: abbiamo la paranoia di sapere che facciamo un lavoro in cui scriviamo sull’acqua e disegniamo sull’aria, e un film che ci parla di un luogo in cui ci sono certi fantasmi, spiriti, energie, ti fa venire voglia di ricordare meglio. Che è una cosa diversa dall’avere nostalgia.
Non sei mai stato una delle vittime professioniste della censura. Ma il livello sembra aver raggiunto il limite di guardia da tempo nel nostro paese, non credi? Mai detto che la censura non sia un fatto grave, solo che non mi atteggio a vittima. Perché io le mie cose riesco a dirle, trovo sempre un microfono e un riflettore per farlo. E poi, anche quando ne vengo colpito, quelle cose sono già riuscito a dirle. Il problema vero della censura è quello che ha colpito le nuove generazioni, ne abbiamo perse almeno un paio che non riescono nemmeno a iniziare a dire qualcosa, perché i teatri, gli spazi chiudono e diventano Outlet. In questo senso l’immagine finale del film di Maurizio è splendida, vale tutto il film: il personaggio che fa da collante si allontana su Corso Vittorio Emanuele e Zaccaro con un effetto speciale fa apparire tutte le insegne luminose dei vecchi cinema. Quella strada era la Broadway milanese del cinema.
Il film è anche uno sguardo sulla Milano capitale della cultura divenuta ormai un deserto Con Maurizio siamo amici da prima di intraprendere le nostre carriere, da quando eravamo persone normali. Facemmo insieme i primi fallimentari esperimenti con una cinepresa 16mm. La città è stata un posto pieno di tensioni creative, che ha vissuto anni luminosi. Ora sta perdendo la sua identità, ma è lo specchio di quello che sta accadendo in tutta l’Italia. Sono ottimista, però, è troppo dura questa situazione, secondo la legge dei grandi numeri qualcosa di buono deve succedere. Ricordo sempre che tutti dicevano: “bel periodo il ‘46, quando nacque Il Piccolo”. Verissimo, allora, dal giorno alla mattina, in quello che era un luogo di polizia e tortura, nacque un teatro. Un giorno bellissimo, ma chi c’era lì nei 25 anni precedenti? Ora le scadenze sono più rapide e spero che tutto cambi presto, anche se sono “solo” 15 anni che Berlusconi è apparso a se stesso!
Cos’è Il Piccolo Teatro della città di Milano, Teatro d’Europa per lei? Per me Il Piccolo è una casa. Sembravo troppo alternativo per quel luogo, poi ho avuto la fortuna di incontrare Strehler, di lavorarci gli ultimi due anni della sua vita, divertendomi e imparando tantissimo. Ci torno sempre come attore, con i miei spettacoli, è un teatro che esiste e resiste. Quando torno dalle vacanze e dalle tournèe ho sempre due domande immediate: “come stanno i miei figli? C’è ancora Il Piccolo?”. Su quel palco non ho capito solo il mestiere, ma la struttura del teatro fino all’ultimo dei tecnici, e a lavorare solo quando senti necessità vera di raccontare una storia, vomitare quel personaggio, metterti in rapporto con qualcuno per far nascere quel particolare evento di sera in sera. E che lo spettacolo sia bello, brutto, imperfetto o trionfale, questo si sente sempre e crea un rapporto saldo con la città, anche trasversale (non a caso tra i produttori c’è anche Luca Barbareschi) per idee, età e classe. Il Piccolo è sempre sceso per strada, vendeva – che grande idea!- i biglietti nelle edicole. E’ un teatro europeo e internazionale che può girare il mondo perché è in simbiosi con la sua città, vive e respira con essa.
Un’oasi felice, ma il paese ormai sembra allo sfascio, irrecuperabile È totalmente fuori controllo. Il presidente non si intende più con il paese, non solo con la Chiesa, c’è una diminuzione di comunicazione e un aumento di delirio. I casi sono due: o lui smette di prendere quello che sta prendendo, oppure facciano un comunicato a reti unificate in cui dicano a tutti cos’è, per goderne anche noi. Non ho mai visto qualcuno tanto nei casini essere comunque così euforico, neanche io nei miei momenti peggiori di delirio organizzato ci sono mai riuscito. Sono seriamente preoccupato, anche perché con estrema sincerità devo dire che per me in questi anni Berlusconi è stato un collaboratore prezioso, il mio migliore autore. Il problema è che il mondo dello spettacolo porta a perdersi: donne, vizi vari, è capitato a tanti altri comedians prima di lui.